LA TRANSIZIONE ECOLOGICA E LE INFRASTRUTURE IN ITALIA

LA TRANSIZIONE ECOLOGICA E LE INFRASTRUTURE IN ITALIA

Dipartimento per l’energia, proposte programmatiche 2021

LA TRANSIZIONE ECOLOGICA

LA TRANSIZIONE ECOLOGICA E LE INFRASTRUTURE IN ITALIA

Per la stesura di questo documento è stata visionata la seguente documentazione:
• Next Generation EU
• Documento Colao, Iniziative per il rilancio dell’Italia 2020 – 2022
• Green Deal EU
• Osservatorio sulle imprese Facoltà di Ingegneria Civile e Industriale
Sapienza, Università di Roma
• Il Sole 24 ore

Il termine transizione ecologica è diventato attuale da quando sono stati varati i provvedimenti di rilancio dell’Unione Europea a seguito della pandemia da Covid-19. Infatti all’interno delle numerose voci di intervento, hanno assunto una notevole importanza quelle destinate al capitolo “ripresa e resilienza” all’interno dello stanziamento di 750 miliardi di euro denominato Next Generation EU.
Uno sguardo veloce al quadro di insieme aiuterà ad orientarsi.
Per iniziare condividiamo il significato o l’interpretazione di Resilienza, un termine oggi molto di moda. In meccanica questa grandezza viene associata, tramite un modulo, alla resistenza alla rottura, alla capacità di un materiale di assorbire urti, deformazioni ed energia da sollecitazioni, senza rompersi; il suo reciproco è indice di fragilità. Sul piano dei comportamenti umani e sociali, assume un significato di resistenza psicologica e di reazione positiva alle avversità.

Next Generation EU è uno strumento temporaneo per la ripresa, del valore di 750 miliardi di euro, che contribuirà a riparare i danni economici e sociali immediati causati dalla pandemia di coronavirus, per creare un'Europa post COVID -19 più verde, digitale, resiliente e adeguata alle sfide presenti e future.
Il bilancio a lungo termine dell'UE – quello di sette anni - unito a Next Generation EU, costituirà il più ingente pacchetto di misure di stimolo mai finanziato dall'UE. Per ricostruire l'Europa dopo la pandemia di COVID-19 verrà stanziato un totale di 1 800 miliardi di euro. L'obiettivo è un'Europa più ecologica, digitale e resiliente.
Il 17 dicembre 2020 è stata raggiunta l'ultima tappa dell'adozione del prossimo bilancio a lungo termine dell'UE.
Il dispositivo per la ripresa e la resilienza: è il fulcro di Next Generation EU, metterà a disposizione 672,5 miliardi di euro di prestiti e sovvenzioni per sostenere le riforme e gli investimenti effettuati dagli Stati membri. L'obiettivo è attenuare l'impatto economico e sociale della pandemia di coronavirus e rendere le economie e le società dei paesi europei più sostenibili, resilienti e preparate alle sfide e alle opportunità della transizione ecologica e di quella digitale. Gli Stati membri stanno preparando i loro piani di ripresa e resilienza, che daranno diritto a ricevere fondi nell'ambito dello strumento per la ripresa e la resilienza
Assistenza alla ripresa per la coesione e i territori d'Europa (REACT-EU): Next Generation EU stanzia anche 47,5 miliardi di euro per REACT-EU, una nuova iniziativa che porta avanti e amplia le misure di risposta alla crisi e quelle per il superamento degli effetti della crisi attuate mediante l'iniziativa di investimento in risposta al coronavirus. REACT-EU contribuirà a una ripresa economica verde, digitale e resiliente. I fondi saranno ripartiti tra:
- il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR)
- il Fondo sociale europeo (FSE)
- il Fondo di aiuti europei agli indigenti (FEAD)

Tali finanziamenti aggiuntivi saranno erogati nel periodo 2021-2022 nel quadro di Next Generation EU e, già nel 2020, attraverso una revisione mirata dell'attuale quadro finanziario. Next Generation EU assegnerà anche ulteriori finanziamenti ad altri programmi o fondi europei quali Orizzonte 2020, Invest EU, il Fondo per lo sviluppo rurale o il Fondo per una transizione giusta.
Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 dotazioni totali per linea di bilancio

QFP Next Generation EU TOTALE
1. Mercato unico, innovazione e agenda digitale 132,8 M 10,6 M 143,4 M
2. Coesione, resilienza e valori 377,8 M 721,9 M 1099,7 M
3. Risorse naturali e ambiente 356,4 M 17,5 M 373,9 M
4. Migrazione e gestione delle frontiere 22,7 M 22,7 M
5. Sicurezza e difesa 13,2 M 13,2 M
6. Vicinato e resto del mondo 98,4 M 98,4 M
7. Pubblica amministrazione europea 73,1 M 73,1 M
TOTALJ 1074,3 M 750 M 1 824,3 M

Le fragilità del sistema Italia
In una sintesi della premessa del documento Colao – Comitato degli esperti Rapporto per la Presidenza del Consiglio dei ministri denominato “iniziative per il rilancio dell’Itala 2020 – 2022”, vengono evidenziate le fragilità del sistema Italia.
La crisi ha messo in evidenza le fragilità del nostro Paese, che hanno anche contribuito alla bassa resilienza dell’economia italiana ai precedenti shock (2008-2009 e 2011-2012):
• Tassi di crescita economica e livelli di produttività da anni inferiori a quelli delle altre grandi nazioni europee
• Un rapporto tra debito pubblico e Pil tra i più alti dell’area OCSE
• La scarsa efficienza ed efficacia della macchina amministrativa pubblica
• Una rilevante economia sommersa (12% del Pil) con una significativa evasione fiscale (oltre 110 miliardi di euro all’anno)
• Un elevato livello di diseguaglianze di genere, sociali e territoriali, un basso tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro ed un numero molto elevato di giovani che non studiano e non lavorano.

Per contro, la crisi sta determinando forti cambiamenti nel modo di pensare e di agire in ampi strati della società italiana ed europea. Questo offre un’opportunità storica per affrontare le fragilità esistenti, rafforzare la resilienza del sistema socioeconomico, e favorirne l’evoluzione verso una maggiore sostenibilità economica, sociale, ambientale e istituzionale. Con le risorse rese disponibili dall’Unione Europea, se sapremo sfruttarle al meglio con il coraggio di cambiare, orientandole a progetti chiari e ben articolati, avremo un’occasione unica per trasformare in profondità il nostro paese, ponendo le basi per un robusto sviluppo di medio/lungo periodo per riportare il Pil al livello del 2019 e crescere successivamente a un tasso più sostenuto che in passato; ma per ottenere tale risultato è necessario intervenire con decisione su alcuni problemi ben noti e far leva sui cambiamenti tecnologici, economici e sociali in atto.

Sarà necessario “trasformare i costi del rilancio in investimenti per il futuro”, un dovere innanzitutto nei confronti delle giovani generazioni. Per questo, l’obiettivo da perseguire nella fase di ripresa dopo la pandemia sarà quello di potenziare le infrastrutture economiche e sociali del Paese, investire le risorse disponibili, in azioni che rendano l’Italia:
• Più resiliente a futuri shock di sistema
• Più reattiva e competitiva rispetto alle trasformazioni industriali e tecnologiche
• Più sostenibile ed equa verso le fasce più vulnerabili
L’Italia sarà più resiliente se saprà colmare il ritardo digitale, una necessità assoluta per il futuro del Paese e garantire uguaglianza di opportunità. Un dato ci deve far riflettere; l’Italia ha, mediamente, performance scolastiche mediocri, competenze tecnico-scientifiche insufficienti, pochi laureati e limitati investimenti in ricerca e sviluppo. Le amministrazioni pubbliche e molte imprese offrono salari di ingresso ridotti, progressioni lente e carriere per lo più basate sul criterio dell’anzianità. Sarà indispensabile investire nel miglioramento di Scuola, Università, ricerca e formazione pubblica e privata (Nel 2018, l’Italia ha ottenuto un punteggio inferiore alla media OCSE nei test PISA (rispettivamente: 476 e 487 in lettura, 468 e 489 in scienze, 487 e 489 in matematica), posizionandosi in 34° posizione. In particolare la prestazione media in Italia è stata inferiore a quella di Belgio, Canada, Cina, Francia, Germania, Paesi Bassi, Polonia, Slovenia, Sud Corea, Svezia, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti).
L’Italia sarà più sostenibile ed equa se saprà rafforzare le infrastrutture materiali e immateriali chiave, privilegiando gli aspetti di sostenibilità economica, sociale e ambientale, garantire ai giovani migliori opportunità di istruzione, accesso al lavoro e possibilità di costruzione di una vita famigliare.
Il Paese, con la digitalizzazione e l’innovazione, potrà effettuare un salto in avanti in termini di competitività del sistema economico, di qualità di lavoro e di vita delle persone, di minore impatto ambientale e di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. La digitalizzazione rappresenta, inoltre, uno strumento di trasparenza, riduce gli spazi per l’economia sommersa e illegale e rende possibile l’utilizzo efficace dei dati per migliorare la qualità delle decisioni di politica e amministrative.
Proteggere e migliorare il capitale naturale del Paese, accrescere la qualità della vita nel rispetto dei limiti ambientali. Sostenibilità ambientale e benessere economico non sono in contrapposizione, particolarmente per un territorio e per imprese come le nostre.

Le prospettive per infrastrutture e ambiente, volano del rilancio
L’arretratezza di cui l’Italia oggi soffre rispetto agli altri paesi OCSE è penalizzante. Per ridurre il forte svantaggio infrastrutturale del Paese, si stima che il fabbisogno sia di oltre € 300 Mld nel prossimo quinquennio. Gli sviluppi infrastrutturali devono privilegiare la sostenibilità ambientale, favorendo la transizione energetica e il “saldo zero” in termini di consumo del suolo, in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo (strategia europea di riduzione delle emissioni e creazione di posti di lavoro).
Con queste premesse, gli obiettivi chiave delle iniziative riguardano cinque macro-aree all’interno del piano straordinario di rilancio delle infrastrutture. Come modello virtuoso di quanto si dovrebbe fare sempre, e non solo eccezionalmente, viene citata spesso la ricostruzione del “Ponte di Genova”, il cui iter autorizzativo e realizzativo è avanzato speditamente. Al di là del caso particolare, è urgente rimuovere gli ostacoli esistenti all’effettiva e rapida realizzazione delle opere, soprattutto quelle di carattere strategico.
Infrastrutture per le telecomunicazioni. La connettività a banda ultra-larga in Italia è assai più limitata che in altri paesi, con grandi differenze tra le diverse aree geografiche in termini di penetrazione e qualità. È necessario un intervento sistematico per ridurre il divario digitale e rendere il Paese totalmente e universalmente connesso. Lo sviluppo della rete in fibra ottica è la priorità assoluta, dal momento che genera attività economica nell’immediato e stimola la crescita futura, fondamentale sarà il completamento su tutto il territorio nazionale della posa di tale rete complementare al pieno sviluppo della rete 5G.

Infrastrutture energetiche e idriche e salvaguardia del patrimonio ambientale. Le infrastrutture tradizionali legate alla produzione e alla gestione di energia elettrica, gas e acqua sono la spina dorsale per lo sviluppo del Paese ed è dunque prioritario intervenire per difenderne efficienza ed efficacia. Inoltre, è urgente accompagnare il paese nella transizione energetica da fonti fossili a fonti rinnovabili, così da raggiungere i target fissati a livello nazionale e internazionale. Energia e sostenibilità ambientale sono particolarmente rilevanti dal punto di vista economico, dal momento che aprono all’opportunità più grande in termini di valore di investimenti sbloccabili nel breve termine. Avranno un impatto significativo sul Pil grazie all’effetto moltiplicatore e richiedono un impiego limitato di fondi dal bilancio statale in presenza di investitori privati pronti a impiegare risorse .Le infrastrutture energetiche sono anche un’importante opportunità per il Sud, dove si convoglieranno una parte rilevante degli investimenti. Da un lato, infatti, il Sud presenta generalmente un gap infrastrutturale più marcato rispetto al Nord; dall’altro, è geograficamente un punto di connessione importante per alcune forniture strategiche del Paese (gasdotti). Non sarà estranea alla sostenibilità del Paese l’economia circolare, la gestione virtuosa dei rifiuti e il riutilizzo delle acque reflue.

il Green Deal EU (sintesi da un documento di Lega Ambiente)
Da diverse settimane la Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen ha messo in chiaro che nei primi anni di mandato la sua priorità sarà una sola: promuovere il Green Deal europeo, cioè una serie di misure per rendere più sostenibili e meno dannosi per l’ambiente la produzione di energia e lo stile di vita dei cittadini europei. Nelle intenzioni della Commissione Europea, il Green Deal «trasformerà l’Unione Europea in una società giusta e prospera, con un’economia di mercato moderna e dove le emissioni di gas serra saranno azzerate, e la crescita sarà sganciata dall’utilizzo delle risorse naturali».
È un progetto molto molto ambizioso, che interesserà direttamente decine di milioni di persone, a cui lavoreranno per anni tutte le principali istituzioni europee, e che ha l’ulteriore ambizione di dare il buon esempio nella lotta per contrastare il cambiamento climatico. Ma cosa dobbiamo aspettarci?

Che cosa è il Green Deal eu
Concretamente, il Green Deal europeo sarà una «strategia», cioè una serie di misure di diversa natura – fra cui soprattutto nuove leggi e investimenti – che saranno realizzate nei prossimi trent’anni. Al momento la Commissione ha pianificato i primi due anni, i più importanti per mettere a punto una struttura che sia in grado di reggere un progetto così ambizioso.
Al Green Deal lavoreranno sia la Commissione – l’organo esecutivo dell’Unione – sia il Parlamento e il Consiglio, che invece detengono il potere legislativo. Per la Commissione il Green Deal sarà gestito da Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione, che ha ricevuto una delega ufficiale da Von der Leyen.
Su diverse misure, Parlamento e Consiglio avranno probabilmente idee diverse, sia fra di loro sia rispetto alla Commissione, il risultato finale in molti casi sarà frutto di un compromesso: ma il capitale politico speso dalla nuova Commissione sul Green Deal e la sempre maggiore popolarità di misure del genere hanno convinto diversi osservatori europei del fatto che il piano di Von der Leyen non finirà nel nulla, come invece è capitato in passato a diverse ambiziose iniziative europee.
Il Green Deal sarà finanziato con una quantità importante di risorse, pubbliche e private. Nei primi dieci anni l’obiettivo sarà quello di mobilitare circa 1000 miliardi di euro, più o meno 100 miliardi all’anno. Quella dei 1000 miliardi è una stima: la cifra reale sarà stabilita dal bilancio pluriennale dell’Unione Europea per il periodo compreso fra il 2021 e il 2027, in discussione in questi mesi.

Gli obiettivi
L’obiettivo principale è quello di fare la propria parte per limitare l’aumento del riscaldamento globale, che secondo le stime del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) dell’ONU deve rimanere entro gli 1,5 °C rispetto all’epoca preindustriale, per non causare danni enormi al pianeta e quindi alla specie umana. Per rispettare questo limite, stabilito dagli Accordi di Parigi del 2015, l’Unione Europea si è impegnata ad azzerare le proprie emissioni inquinanti nette entro il 2050, e a rispettare obiettivi intermedi per il 2030 e il 2040. Da questo obiettivo principale, a cascata, ne derivano altri più specifici.
Il primo e più importante sarà quello di rendere più pulita la produzione di energia elettrica, che al momento determina una elevata percentuale di emissione dei gas serra all’intero dell’Unione Europea (il più presente è l’anidride carbonica, la cosiddetta CO2). Significa soprattutto potenziare la diffusione delle energie rinnovabili e al contempo smettere di incentivare l’uso di combustibili fossili: sarà un problema soprattutto per i paesi dell’Est Europa, dove la diffusione delle energie rinnovabili è ancora limitata. La Polonia, per esempio, ancora oggi ottiene l’80 per cento della propria energia elettrica dal carbone, uno dei combustibili più inquinanti ancora in circolazione: per questa ragione è l’unico paese che non ha ancora accettato ufficialmente di azzerare le proprie emissioni nette nel 2050. In tutti i paesi dell’est la costruzione di centrali a energia solare o eolica è praticamente nulla.
Un altro obiettivo importante sarà rendere più sostenibili tutta una serie di attività umane che al momento consumano una grande quantità di energia, o che producono una quota eccessiva di inquinamento: significa introdurre nuove regole per costruire o ristrutturare case e industrie in giro per l’Europa, rendere meno inquinanti i processi produttivi, potenziare i trasporti pubblici e su rotaia, promuovere la biodiversità – cioè materialmente proteggere boschi e specie animali dall’estinzione – rendere più diffusa l’economia circolare e riservare una quota stabilita dei fondi europei per iniziative sostenibili.
In concreto
Per ogni obiettivo del Green Deal, la Commissione diffonderà prima un «piano strategico» e poi una «azione concreta», per cercare di raggiungerlo. Le misure saranno di natura legislativa diversa: le più importanti saranno le direttive e i regolamenti, cioè leggi europee vincolanti per gli stati nazionali. Al momento, di molte misure conosciamo soltanto il titolo e una breve descrizione: sappiamo che entro la fine 2021 la Commissione prevede di fissare nuovi limiti per l’inquinamento prodotto dalle automobili e che nei prossimi mesi dovrebbe essere diffusa la nuova «azione concreta» sull’economia circolare, ma poco altro.
Le misure di cui si sta discutendo di più, sostanzialmente perché sono le più importanti, che verranno presentate nei prossimi mesi, sono due: la cosiddetta Legge sul Clima, la base legislativa per tutti i provvedimenti che seguiranno nei prossimi anni, e il Fondo per una transizione giusta, cioè il salvadanaio che servirà a finanziare iniziative sostenibili nelle regioni europee più arretrate e vulnerabili. Sono quelle che potrebbero subire ingenti perdite di lavoro nel corso della transizione da un’economia basata sulla manifattura pesante e la produzione a combustibili fossili – altamente inquinanti – verso forme e fonti più sostenibili.
Per quanto riguarda la Legge sul Clima, le aspettative sono alte. Sarà la prima volta che l’Europa si doterà di una legge quadro sul clima, finora era sempre stata affidata a regolamenti e direttive diverse. La legge dovrebbe essere presentata all’inizio di marzo e discussa alla fine del mese dal Consiglio Europeo, l’istituzione che comprende i capi di stato e di governo e che detta l’agenda politica dell’Unione, che dovrebbe approvarla formalmente.
La legge servirà a ufficializzare l’intenzione di azzerare le emissioni nette in tutta l’Unione entro il 2050, cosa che renderà l’obiettivo vincolante, oltre a fissare specifici obiettivi intermedi. Secondo le informazioni diffuse dalla Commissione Europea, inoltre, stabilirà alcuni principi fondamentali che saranno la base di tutte le misure» che l’Unione prenderà in futuro, soprattutto nell’ambito del Green Deal: riguarderanno il benessere dei cittadini, la prosperità della società, la competitività della sua economia, l’efficienza energetica, la sicurezza, la salute e la protezione dei consumatori vulnerabili, la solidarietà e l’approccio scientifico dei provvedimenti futuri.
Abbiamo qualche informazione in più sul Fondo per una transizione giusta, che è stato presentato a metà gennaio dalla Commissione ed è la parte più corposa del Meccanismo per una transizione giusta. Sappiamo per esempio che fra il 2021 e il 2027 il Fondo mobiliterà circa 100 miliardi di euro, che nelle intenzioni della Commissione dovranno diventare 143 entro il 2030. I soldi verranno da fondi strutturali europei già esistenti, con qualche taglio da programmi di cofinanziamento degli stati, da prestiti a interessi di favore della Banca Europea degli Investimenti, e da una parte del fondo InvestEU, il nuovo nome con cui è stato chiamato il piano per attirare investimenti privati della Commissione Europea (nella legislatura precedente si chiamava Piano Juncker, dal nome dell’ex presidente Jean Claude Juncker).
Il Fondo per la transizione giusta è considerato una priorità sia dalle istituzioni europee sia dagli stati nazionali. Basta pensare all’impatto che potrebbe avere la chiusura di una acciaieria in una città periferica di un paese già di per sé periferico come la Repubblica Ceca o la Romania: i paesi dell’Europa occidentale conoscono bene gli enormi effetti negativi sulla società causati nel breve periodo dalla chiusura delle aziende fallite negli anni della crisi economica e del rapidissimo progresso tecnologico, e hanno voluto sapere da subito, insomma, quanti soldi garantirà l’Unione Europea per facilitare queste transizioni.
La Commissione ha già diffuso alcune tabelle che ipotizzano quanto spetterà ai singoli stati dal 2021 al 2027 se la proposta della Commissione per il Fondo verrà accettata da Parlamento e Consiglio. Secondo le proiezioni, diffuse dal Sole 24 Ore, i paesi dell’Est riceveranno comprensibilmente la quota di fondi più alta in rapporto alla popolazione, ma ci sono alcuni dati notevoli. La Germania, l’unico paese occidentale che ancora oggi dipende in buona parte dal carbone per produrre energia elettrica, riceverà due miliardi di euro di fondi diretti. L’Italia otterrà invece 364 milioni, una cifra simile a quella che andrà a paesi come Francia e Spagna.
Secondo le regole del Fondo, per ogni euro che l’Unione Europea verserà a ciascun paese, il governo nazionale dovrà impegnare fra 1,5 e 3 euro per cofinanziare quei progetti, e far sapere alla Commissione come vuole spendere questi soldi attraverso dei piani territoriali, che verranno preparati da Regione, governo nazionale e aziende e associazioni locali. Significa che se il governo italiano deciderà di investire il minimo richiesto per il cofinanziamento – 1,5 euro per ogni euro del Fondo – avrà comunque un miliardo di euro da spendere per interventi nelle regioni più problematiche.
Paolo Gentiloni, commissario europeo per gli Affari economici, ha già specificato che questi soldi «possono certamente riguardare l’Ilva, la Puglia e la zona di Taranto», inoltre ci sono proposte di impiegarli per chiudere definitivamente e bonificare le centrali a carbone della Sardegna.
Se basterà, è la domanda che si stanno facendo un po’ tutti: a livello globale il ritorno degli Stati Uniti, con il nuovo presidente Biden, al rispetto dell’Accordo di Parigi, renderà più semplice contenere l’aumento della temperatura entro gli 1,5 gradi, anche la Cina – come sembra ormai certo – rispetterà i suoi impegni. E soprattutto se l’Unione Europea farà la sua parte adeguando gli obiettivi alle ultime previsioni, ancora più preoccupanti di quelle che circolavano cinque anni fa, quando furono firmati gli Accordi.
Al momento è ancora presto per capire quale sarà realmente l’impatto del Green Deal europeo sull’ambiente, spiegano: «ci sono una miriade di proposte legislative che nei prossimi due anni dovranno dare corpo» agli impegni presi da von der Leyen, che dovranno passare dal Parlamento e dal Consiglio e soprattutto essere applicati nei vari stati. Una prima valutazione, però, si può fare sugli obiettivi che la Commissione Europea sceglierà di includere nella Legge sul Clima, la direttiva europea vincolante che renderà obbligatorio raggiungere l’azzeramento delle emissioni nette entro il 2050.
La partita si gioca soprattutto sugli obiettivi intermedi, e più nello specifico su quello del 2030. Fra gli ambientalisti, l’opinione più diffusa è che per fare la sua parte e rispettare gli Accordi di Parigi, l’Unione Europea dovrebbe tagliare del 65 per cento le proprie emissioni nette rispetto ai livelli del 1990. Al momento l’impegno preso dalla Commissione precedente prevedeva una riduzione del 40 per cento dei gas serra, ritenuta ormai obsoleta e insufficiente.
La portata della proposta di von der Leyen si inizierà a capire dall’obiettivo intermedio che stabilirà per il 2030: «Con le misure adottate di recente, cioè il pacchetto clima ed energia, e con una piena attuazione a livello nazionale, già oggi si andrà oltre il 40 per cento, e si raggiungerà il 45. La nuova strategia sulla biodiversità [che sarà presentata a marzo e aumenterà la capacita di assorbimento di materiali inquinanti da parte di boschi e foreste] aggiungerà un potenziale 10 per cento».
Per ora von der Leyen ha parlato di un generico taglio del 55 per cento, ma non ha specificato se l’obiettivo prevede le sole emissioni di gas serra oppure le emissioni nette, che tengono conto dell’assorbimento di boschi e foreste
I finanziamenti
Innanzitutto i mille miliardi non provengono tutti da fondi europei, ma sono una stima dei soldi che potrebbero essere mobilitati: saranno in parte fondi europei e in gran parte soldi provenienti da privati “indirizzati” dai bandi, dai cofinanziamenti e dai prestiti europei. Piani del genere funzionano spesso così: sia perché l’Unione Europea non ha così tanti soldi da investire in un solo progetto, sia perché idealmente tutte le misure avviate con un cofinanziamento europeo dovrebbero diventare sostenibili in maniera autonoma.
Nell’immediato, sono 7,5 i miliardi di euro che la Commissione propone di versare nel Fondo per la transizione che si svilupperà dal 2021 al 2027. La cifra è soggetta ai negoziati col budget pluriennale dell’Unione Europea, che Commissione, Parlamento e Consiglio finalizzeranno nei prossimi mesi. Questi fondi arriveranno probabilmente dal Fondo europeo di sviluppo regionale e dal Fondo di sviluppo sociale, cioè due dei fondi strutturali che finanziano soprattutto progetti nelle periferie dell’Unione.
Gli altri soldi con cui la Commissione vuole finanziare il Green Deal sono già in qualche modo presenti all’interno del budget a lungo termine dell’Unione Europea – il cosiddetto quadro finanziario pluriennale – che nel periodo 2021-2027 sarà più o meno simile a quello del 2014-2020. Per i 27 paesi che rimarranno nel blocco, negli scorsi sei anni è stato in totale di 1.082 miliardi di euro, mentre l’ultima proposta di compromesso avanzata dal Consiglio parla di 1.085 miliardi nei prossimi sette.
La Banca Europea per gli investimenti aumenterà inoltre la quota che riserva ai progetti sostenibili dal 25 al 50 per cento dei progetti totali. Anche Horizon, il principale programma della Commissione Europea per finanziare la ricerca, a partire dal 2021 concentrerà un terzo delle proprie risorse totali per finanziare progetti che possano aiutare i paesi europei a raggiungere i propri obiettivi sul clima e l’ambiente. In totale, la Commissione Europea ipotizza che circa un quarto del nuovo budget pluriennale possa finanziare progetti sostenibili (e quindi finire compreso sotto l’ombrello del Green Deal).

Osservatorio sulle imprese Facoltà di Ingegneria Civile e Industriale
Sapienza, Università di Roma
INFRASTRUTTURE DI BASE

Questo rapporto, del marzo 2021, da cui ho estrapolato una sintesi, è stato curato dall’Osservatorio sulle imprese della Facoltà di ingegneria Civile e Industriale con il contributo di:

1. Il quadro di partenza
Riccardo Gallo
2. Reti autostradali sostenibili
Giuseppe Cantisani
3. Rete elettrica e Microreti
Giuseppe Parise
4. L’Infrastruttura Gas e la Transizione energetica
Domenico Borello, Alessandro Corsini
5. Infrastrutture ferroviarie
Cristiana Piccioni, Marco Antognoli
6. Infrastrutture idriche e Ciclo integrato delle acque
Francesco Napolitano
7. Reti digitali a banda larga. La sfida 5G
Roberto Cusani
8. Sintesi e conclusioni

Politiche efficaci per l’uscita del paese dalla crisi sanitaria e da quella economica sono state indicate dal presidente del Consiglio Mario Draghi nelle sue dichiarazioni programmatiche al Senato il 17 febbraio 2021. È stata richiamata l’attenzione su: «la produzione di energia da fonti rinnovabili, l’inquinamento dell’aria e delle acque, la rete ferroviaria veloce, le reti di distribuzione dell’energia per i veicoli a propulsione elettrica, la produzione e distribuzione di idrogeno, la digitalizzazione, la banda larga e le reti di comunicazione 5G».
Nel giugno 2020, il Comitato di esperti in materia economica e sociale, coordinato da Vittorio Colao, aveva presentato all’allora presidente del Consiglio dei ministri il Rapporto Iniziative per il rilancio Italia 2020-2022. Si affermava che l’arretratezza di cui l’Italia soffre rispetto agli altri paesi OCSE è una zavorra pesante sulla strada del rilancio. Quel Rapporto nel paragrafo 4.2 definiva infrastrutture e ambiente “volano del rilancio” e li declinava in: piano straordinario di rilancio delle infrastrutture; infrastrutture per telecomunicazioni; infrastrutture energetiche e idriche e salvaguardia del patrimonio ambientale; infrastrutture per i trasporti e la logistica; infrastrutture sociali.
Su obiettivi a volte non molto dissimili da quelli indicati dal governo in carica, una trattazione era stata svolta lo scorso anno dalla Sapienza nel volume Industria, Italia. Ce la faremo se saremo intraprendenti (2020). In questo nuovo documento viene quantificato il quadro da cui si parte, in termini di competitività e investimenti realizzati nel recente passato, per rileggere il piano industriale di ogni società di gestione delle infrastrutture alla luce degli obiettivi governativi, e per valutare gli eventuali sforzi ulteriori.
In una graduatoria stilata dall’Imd (World Competitiveness Center 2020) sulla competitività di 63 paesi, l’Italia occupa da un paio d’anni la 44a posizione, molto più giù della 30a che occupava nel 1999. Da allora, infatti, l’impossibilità di svalutare la moneta nazionale non è stata compensata con politiche mirate a incrementare la competitività. Nella graduatoria 2020, la Danimarca era 2a, l’Olanda 4a, la Svezia, la Norvegia e la Finlandia 6a, 7a e 13a, la Germania 17a, la Francia 32a, La 44a posizione dell’Italia è la media pesata di oltre un centinaio di variabili per altrettanti versanti.
Nelle Infrastrutture di base l’Italia è 53a. In dettaglio, è 15a per strade, 16a per rete ferroviaria, 29a per investimenti in tlc ma 52a nelle relative tecnologie, 46a nella telefonia mobile e 33a nei relativi costi, 37a nella velocità di internet, 43a per sottoscrittori di banda larga, 54a per capacità di digitalizzazione, 34a per accesso all’acqua, 35a per risorse idriche, non classificata per intensità di consumo e trattamento delle acque, 32a per risorse energetiche indigene, 49a per consumo e 55aper produzione d’energia, 41a in energia complessiva, 52a sia per costo di energia elettrica sia per infrastrutture di distribuzione, 47a per emissioni di CO2, 8a per istruzione universitaria e 25a per formazione di ingegneri qualificati.

In questo lavoro sono stati raccolti, riclassificati, elaborati i bilanci consolidati per gli ultimi dieci anni dal 2010 al 2019 dei principali gruppi, a controllo azionario privato o di Stato o di Cassa depositi e prestiti (Cdp), che gestiscono le infrastrutture di base:
a. Rete autostrade: Atlantia
b. Cavi, sistemi telematici, di networking: Telecom Italia - Tim. Stazioni radio e impianti di telecomunicazioni: Vodafone
c. Ciclo integrale delle acque: società Ato2 (gruppo Acea)
d. Trasmissione elettrica: Terna
e. Infrastruttura ferroviaria nazionale: Rfi
f. Trasporto e dispacciamento di gas naturale: Snam.
Sono stati elaborati numerosi indicatori: età dell’infrastruttura in percentuale della vita utile, investimento tecnico materiale medio annuo in milioni, tasso di rinnovamento annuo dell’infrastruttura, distribuzione di dividendi agli azionisti in percentuale dell’utile, flusso di cassa entrante in rapporto ai nuovi investimenti. Per il periodo esaminato dal 2010 al 2019 emergono ordini di grandezza poco noti e, per certi versi, sorprendenti:
g. Le infrastrutture autostradali e quelle telefoniche sono le più vecchie, con un’anzianità nel 2019 pari rispettivamente al 75% e all’81% della vita utile. Esula da questa analisi la constatazione che queste sono le uniche due infrastrutture gestite da soci privati. Altre tre (elettrica, ferroviaria, gas) nel 2019 avevano un’anzianità pari a metà e tra di loro simile (tra il 34 e il 43%). Per quella idrica non è agevole calcolare l’indicatore.
h. L’investimento tecnico medio annuo nel periodo si è aggirato per ciascuna delle infra-strutture autostradale, elettrica, gas tra 1 e 1,4 miliardi. Per la rete ferroviaria è stato pari a 4 volte (poco meno di 5 miliardi) e per quella telefonica (sulla base delle due maggiori società operatrici) è stata pari al triplo (3,8 miliardi). Questi investimenti annui si ragguagliano a un tasso di rinnovamento medio intorno al 7%. Ciò vuol dire che per innovare completamente l’infrastruttura a questi ritmi, occorrerebbe una quindicina d’anni.
i. Il valore aggiunto in percentuale del fatturato netto per tutte le infrastrutture viene molto superiore a quello delle imprese industriali che operano sui mercati concorrenziali (20% del fatturato netto nel 2019, Area Studi Mediobanca 2020). Più precisamente questo
indice per il 2019 viene intorno al: 90% per le infrastrutture dell’energia elettrica e del gas, 80% per l’autostradale e la rete ferroviaria, 60% per ciclo dell’acqua e per telefonia (nel caso di operatore proprietario della rete), 40% per telefonia (nel caso di operatore che non possiede la rete). Questi livelli sono strutturali e infatti sono confermati nei conti più
recenti, al 30 settembre 2020. Il valore aggiunto sul fatturato è tanto maggiore quanto più l’attività è svolta con un’infrastruttura in regime di monopolio naturale.

Le infrastrutture di base, sopra elencate, godono di una redditività da due a cinque volte superiore rispetto alle grandi imprese industriali (5 % in media), con benefici ai soci che hanno goduto, per scelte gestionali, di corposi dividendi a discapito degli investimenti.
Questo ampio divario era stato, peraltro, già segnalato in un precedente rapporto (prof. Roberto Gallo, 2009). La conseguenza di queste scelte è stata la limitata quantità delle risorse destinate agli investimenti nelle infrastrutture in questione, facendo arretrare la competitività del nostro paese, rispetto ad altre nazioni di pari importanza.

Per rimanere nei confini del dipartimento di competenza, mi limiterò ad una sintesi dai capitoli di
• reti elettriche, (Giuseppe Parise)
• infrastrutture del gas e transizione energetica (Domenico Borrello, Alessandro Corsini)

Il settore elettrico è fondamentale per la fornitura di energia elettrica alla società e per la garanzia di continuità per tutti gli altri servizi che da essa dipendono. Per questa ragione, le reti devono essere resilienti al massimo.
Per Terna, nel piano di sviluppo 2020, i target fissati nella proposta del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima prevedono entro il 2025 il completo disimpegno dal carbone, e nel 2030 la copertura di metà dei consumi lordi di energia elettrica (55,4%) con le FER (fonti energia rinnovabile) di nuova capacità non programmabili, circa 40 GW (1 GW corrisponde a 1 milione di KW) corrispondenti a 40 grandi centrali termoelettriche. Voglio ricordare che si considerano non programmabili quelle componenti di energia elettrica generate da pale eoliche e da pannelli fotovoltaici, a causa della aleatorietà dei comportamenti atmosferici,
Le azioni individuate da Terna per la transizione energetica e la decarbonizzazione riflettono naturalmente un approccio dal proprio punto di vista e sono riconducibili a quattro categorie di intervento: segnali di prezzo di lungo termine, evoluzione e integrazione dei mercati, innovazione e digitalizzazione, investimenti di rete, come potenziamento dorsali Nord-Sud e rinforzi di rete Sud e Isole, investimenti per regolazione tensione e aumento inerzia del sistema, interconnessioni con estero, resilienza.
Analogamente, Enel, nel piano strategico 2020-2022, approccia il processo di transizione energetica dal punto di vista del Gruppo. La realtà della rete ferroviaria veloce da estendere a tutto il territorio nazionale, per attuare una reale unificazione, impone che la rete elettrica adegui la capacità di alimentazione alle potenze necessarie per soddisfare la domanda. La necessaria continuità del servizio richiede uno sviluppo ridondato su tutto il territorio, anche considerando l’elevata sismicità. Il processo di transizione energetica non è a impatto zero per il Sistema Elettrico e implica una serie di problematiche quali: aumento delle congestioni di rete per distribuzione non coerente degli impianti FER rispetto al consumo; complessità della gestione del sistema, dovute all’aumento della Generazione Distribuita; aumento dei disservizi sulla rete elettrica.
Nelle aree a rischio sismico, sono da tenere in conto, come a maggior rischio, le strutture strategiche e quelle equiparabili a strategiche. Le strutture strategiche, che necessitano della massima resilienza degli impianti tecnologici (in particolare elettrici) per la continuità del servizio, sono: ospedali, centri di elaborazione dati, sede dei vigili del fuoco, stazioni ferroviarie, aeroporti, centri locali di coordinamento. Si tratta di strutture rilevanti in condizioni normali e più rilevanti in situazione di eventi sismici, quando vengono richieste prestazioni più avanzate, tempi di ripristino del servizio da nulli a pochi secondi, nonché un adeguato e competente personale. A seconda del livello di tutela necessario, sono individuati criteri meccanici ed elettrici di progettazione, installazione, scelta e dimensionamento, strutturazione di impianto con un sistema elettrico di ripartizione consistente in una topologia elettrica flessibile a configurazione variabile per la continuità di servizio, alimentata da almeno due punti di prelievo attivi indipendenti, da fonti rinnovabili e sistemi locali di emergenza, continuità e accumulo, sistemi di distribuzione non convenzionali, livelli di tensione speciali, eventuali porzioni di reti in corrente continua, piani di esercizio stagionale/giornaliero con scenari di più assetti di utilizzazione.
Sezione di ricerca specialistica, elitaria per l’Italia, è certamente la qualificazione sismica dei componenti elettrici e dei modi di posa in edifici di ogni tipologia. Nelle aree esposte a sisma o altre catastrofi, dove le vie di comunicazione stradali-ferroviarie sono facilmente vulnerabili così come le reti elettriche, telefoniche, idriche e del gas, devono essere prescelte strutture da equiparare a strategiche, quali scuole, chiese, alberghi e siti residenziali, per una funzione speciale da svolgere come rifugio sicuro funzionale per la collettività, in altre parole, “castelli energetici” atti a garantire la massima disponibilità in condizioni di emergenza. Tali strutture, con apposito piano programmatico, vanno predisposte anche alla funzione reversibile di utente attivo in emergenza, per l’alimentazione di altri impianti interconnessi tramite la rete locale a monte, se rimasta disponibile.
La distribuzione dell’energia per i veicoli a propulsione elettrica è imposta dalle politiche e strategie internazionali per la riduzione delle emissioni nocive nell’atmosfera. I sistemi di ricarica dei veicoli pongono numerosi problemi di dimensionamento e saturazione delle stazioni di trasformazione di distribuzione esistenti. Considerato che un parco veicoli elettrici è generalmente previsto per attività commerciali, culturali, sportive, residenziali e in altre attività pubbliche, il sistema di distribuzione della ricarica alle auto va integrato con i sistemi di alimentazione dell’attività principale, come ulteriore elemento di promozione della microrete locale. È da escludere una gestione
separata, addirittura per singole colonnine o gruppi di colonnine di ricarica, poiché strategie avanzate per la gestione della domanda di ricarica dei veicoli elettrici, con il carico complessivo delle attività connesse, giocano un ruolo importante, migliorando l’integrazione delle fonti rinnovabili e supportando i programmi infrastrutturali. Pensiline fotovoltaiche, sistemi di accumulo di energia, integrate in una microrete, consentono flessibilità tra ricarica EV e assorbimento dalla rete. Infatti, sistemi di storage di energia elettrica (EESS) possono equilibrare gli intervalli di inattività dei sistemi di ricarica e contribuire a garantire la continuità del servizio alla microrete e
alle esigenze di ricarica in caso di black out della rete. Appare non congrua la prospettiva, enunciata da TSO e DSO (Transmission and Distribution System Operators), di implementare il V2G (vehicle to grid) ossia il ritorno alla rete delleutility di parte dell’energia immagazzinata nelle batterie dei veicoli in ricarica, andando contro necessità della piena disponibilità dei veicoli stessi.

La produzione di energia da fonti rinnovabili non programmabili, beni naturali disponibili localmente, richiede la piena liberalizzazione della utilizzazione energetica. È indispensabile una svolta radicale per la necessaria transizione ecologica con la stesura di un testo unico regolatorio a zero vincoli temporali, di parametri discriminatori, di identificazione delle utenze non in base alle caratteristiche di assorbimento elettrico ma in base alla tipologia di utente. La costituzione di
poli di assorbimento come microreti di utenze, è indispensabile per il raggiungimento dei valori di soglia costi-benefici, sia in termini di potenza impegnata da gestire, sia di energia da utilizzare. Infatti, gli interventi di efficienza energetica, di generazione da fonti rinnovabili e di utilizzo razionale/intelligente dell’energia devono arrivare ad auto-incentivarsi e comportare proficui effettivi risparmi nell’interesse della comunità locale e nella finalità dell’obiettivo strategico nazionale. Considerato che le fonti rinnovabili sono capaci di produrre a bassa densità di potenza, ma hanno la specificità di essere “Generazioni Distribuite” sul territorio, la loro produzione deve essere per quanto possibile impegnata a livello locale, perseguendo la condizione di comunità di utilizzazione ad energia quasi zero (dalla rete). In tal modo, le microreti devono restare essenzialmente aree di solo carico per la rete, evitando i problemi di congestioni e di disservizi per la rete evidenziati da Terna. L’utilizzazione elettrica viene ad assumere un ruolo evoluto dalla distribuzione, trasmissione e generazione centralizzata che essenzialmente sarà di vitale supporto a servizi essenziali e banca dell’energia per le microreti. In prospettiva, per il conseguimento di obiettivi di qualità, continuità, risparmio energetico e tariffario, con l’ausilio dell’IoT, i poli più importanti di assorbimento elettrico, quali grossi centri commerciali, ospedali, aeroporti, porti, centri di elaborazione dati, sede dei vigili del fuoco, stazioni ferroviarie, devono organizzarsi in microreti nei confini di area naturalmente delimitata, senza escludere però i complessi residenziali e gli edifici civili. In tutti i casi, l’area di utilizzazione è delimitata dal nodo comune di alimentazione a monte, sia esso in bassa tensione, sia in media o alta tensione, potendosi prescindere dalla proprietà del nodo stesso. Nelle realtà più significative, la nuova regola “tecnica”, redatta con la partecipazione equilibrata degli interessati, deve favorire e promuovere l’approccio place-based, ovvero, con la più completa partecipazione di tutti gli attori alla pianificazione energetica ed alla sua più efficace e coordinata attuazione. La normativa regolatoria attuale, estremamente numerosa, bizantina e burocratica, non va assolutamente in tale direzione. I porti, quale esempio delle altre realtà citate, si presentano ormai come aree primarie industriali-commerciali i cui fabbisogni e consumi elettro-energetici sono sempre più accresciuti (in particolare, terminal container e sistemi di refrigerazione) con valori complessivi di decine di megawatt, quindi idonei ad un allaccio diretto sulla rete di alta tensione e magari alla realizzazione di una centrale elettrica in area. Linee di azione devono coinvolgere una libera messa in atto delle innovazioni energetiche per i porti (impianti eolici off shore, storage energetico come con (high-speed flywheels e ultracapacitors - sistemi di accumulo inerziali), sistemi di sfruttamento moto ondoso per generare energia elettrica, revisione della pianificazione portuale con criteri di progettazione ottimizzati, quali sistemi di alimentazione dei container refrigerati di tipo modulare flessibili automazione di processo; gestione energetica ottimizzata; (peak shaving -limatura dei picchi di domanda) della domanda di energia elettrica, i picchi di potenza delle gru portainer se non gestiti arrivano ad incidere fino al 80% sui costi tariffari. Le prospettive di sviluppo della tecnologia (cold-ironing alimentazione dall’impianto portuale alla nave ormeggiata) possono costituire un ulteriore importante tassello della microrete elettrica evoluta dell’area portuale, prendendo in considerazione possibili impieghi reversibili con funzione di generazione locale (alimentazione da nave ormeggiata a combustibile ecologico all’impianto portuale o ad altra nave). Quale altro esempio rilevante di comunità energetiche, i complessi e gli edifici residenziali, perché molto diffusi nel territorio, vanno efficacemente promossi nella costituzione di microsistemi che con una eco progettazione e realizzazione di interventi di attuazione possono integrare vari aspetti ambientali ecologici, elettrici, di utilizzazione, con una opportunità di energica propulsione alle imprese elettriche.

Vanno raggiunti più elevati livelli di efficienza energetica con l’impiego di livelli di tensione intermedi nella distribuzione principale BT fino ad 1 kV (come per l’alimentazione di condizionamento comune di edificio, alimentazione dei box auto elettrificati); la digitalizzazione, la banda larga e le reti 5G promuoveranno la diffusione dell’internet IoT (macchine parlanti su internet), del Blockchain.

La Blockchain (letteralmente "catena di blocchi") sfrutta le caratteristiche di una rete informatica di nodi e consente di gestire e aggiornare, in modo univoco e sicuro, un registro digitale le cui voci sono raggruppate in blocchi, concatenati in ordine cronologico, la cui integrità è garantita dall'uso della crittografia. Contenente dati e informazioni (per esempio transazioni) in maniera aperta, condivisa e distribuita senza la necessità di un'entità terza. La blockchain è "immutabile", sebbene la sua dimensione sia destinata a crescere nel tempo, è immutabile in quanto, di norma, il suo contenuto una volta scritto non è più né modificabile né eliminabile, a meno di non invalidare l'intera struttura.
Smart Grid
LA RIVOLUZIONE DELL’ENERGIA PARTITA DAL CONTATORE MODELLO ELETTRONICO
Intelligenza collettiva elettrica

Una grande massa di dati condivisi trasformerà la distribuzione di energia, per coniugare produzione diffusa e consumi personalizzati. L’esigenza non più rinviabile di azzerare entro il 2050 le emissioni di anidride carbonica prodotte dai combustibili fossili (Green deal UE), porterà alla nascita di un nuovo sistema di produzione e utilizzo dell’energia elettrica, basato in larga misura sulle FER (fonti energetiche rinnovabili)
Questo sarà possibile grazie alla disponibilità di sistemi di accumulo (pile elettriche) affidabili e a costi accessibili, oltre che dalla affermazione del mercato delle auto elettriche. Ormai sono visibili e consolidate le spinte politiche e finanziarie che vanno in questa direzione, spinte che si traducono in incentivi pubblici e in fusioni societarie proiettate al futuro dell’automobile.

Infatti, il principale limite che fino ad oggi ha condizionato la produzione di energia elettrica fotovoltaica, è stato la sua limitata programmabilità e la conseguente difficoltà di convogliamento nella rete di distribuzione di potenze elevate (congestione di rete). Questo scaturisce da una concezione di generazione e distribuzione centralizzate dell’energia elettrica, fatto che, certamente rende il sistema elettrico molto affidabile – grandi centrali termoelettriche, riserva pronta, rete per la trasmissione a distanza, stazioni di trasformazione, distribuzione in B.T. -, ma che ci obbliga all’utilizzo dei tradizionali combustibili fossili come il gas metano ed il carbone, dalla cui combustione si genera anidride carbonica, un gas serra. L’alternativa ai combustibili fossili poteva essere la costruzione di centrali elettronucleari che non producono emissioni di CO2 , ma sappiamo che in Italia i cittadini le hanno rifiutate per motivi legati ai rischi connessi dopo l’incidente di Chernobyl in Russia. Fatto questo su cui ci sarebbe da discutere se consideriamo che la nostra vicina Francia da diversi decenni, ne ha in funzione almeno quaranta, producendo energia a buon mercato utilissima al sistema produttivo francese e senza emissioni di CO2, esportandone, peraltro, una quota significativa anche in Italia; per onestà intellettuale, va comunque considerato che nel ciclo del termonucleare esiste il problema dello smaltimento delle scorie.

Il ruolo del cittadino

Ogni persona si può trasformare in un piccolo commerciante di giornata dell’elettricità grazie alla trasformazione della rete elettrica che diventa “intelligente” gestendo un grande flusso di informazioni, da un centro diffuso ad una domanda sempre attiva (smart grid) in un’ottica di risparmio ed efficienza dell’intero sistema.
Sono almeno dieci anni che si lavora su queste opportunità, nate dalla convergenza tra rete elettrica, telecomunicazioni, informatica; una prospettiva che troverà la sua realizzazione in parallelo con i progressi nel campo dell’abbattimento della anidride carbonica nel ciclo delle energie utilizzate.
Efficienza energetica, risparmio, accumulo, manutenzione rapida della rete, nuove opportunità di utilizzo a partire dalla mobilità elettrica.
In questo progetto un ruolo primario sarà svolto dai nuovi contatori elettronici che da tempo sono stati introdotti dall’Enel e che ora si stanno sostituendo con un nuovo modello più potente e performante ai fini della introduzione delle comunità energetiche. Infatti grazie alle letture da remoto fatte con i nuovi contatori, potremmo avere, dopo la tariffa bioraria già applicata da anni, molte più fasce orarie di costo per l’energia elettrica, che unitamente alla domotica e al dialogo via internet degli elettrodomestici (sistema IoT) rendono attuali interventi di modulazione dei consumi domestici o l’immissione in rete di energia accumulata nelle pile.
Su tutto il sistema, soprattutto per l’integrazione con la produzione diffusa e la capacità di accumulo nei vari nodi della rete, grava l’incognita degli investimenti sulle infrastrutture e i tempi di realizzazione della rete in fibra e 5G.

Il ruolo dell’automobile elettrica

L’automobile elettrica rappresenta un tassello importantissimo del sistema smart grid, questo prodotto della tecnologia da molti anni oggetto di notevoli investimenti di ricerca, si avvicina al traguardo di essere un mezzo affidabile e a costi non eccessivi, anche grazie agli incentivi pubblici.
Infatti grazie alla mobilità elettrica si potranno ridurre le emissioni di CO2, ma altra funzione strategica del mezzo elettrico sarà quella di poter ricaricare le sue pile nei momenti di offerta da fonte rinnovabile (storage), magari da pannelli fotovoltaici impiantati nella stessa abitazione del proprietario dell’auto elettrica. Questa operazione potrebbe essere attuata direttamente di giorno se ferma in garage, oppure durante la notte se ho in rete un sistema di accumulo adeguato (per esempio da sorgente eolica).
Addirittura si ipotizza di poter utilizzare l’energia delle pile elettriche dell’automobile, nei momenti di sosta nel garage, come energia da immettere in rete in caso di fabbisogno (vehicle to grid). Pensiamo alla possibilità che la colonnina di ricarica dell’automobile, opportunamente programmata, possa decidere quando ricaricare al prezzo più basso, oppure, se l’auto è in garage, se immettere energia in rete. Tutto questo non può che tradursi in un vantaggio economico per tutti gli utenti/operatori della comunità energetica aderenti alla smart grid.

Il ruolo del contatore

Potremmo definirla energia a chilometro zero; infatti dal momento che lungo le reti di distribuzione, si perde energia in quantità proporzionale alla distanza, utilizzare l’energia elettrica prodotta sul tetto della propria casa o del vicino, significa risparmiare ogni giorno milioni di chilowattora di perdite di rete. Questo, tradotto in pratica, significa poter fare a meno di una o più centrali elettriche di grande potenza.
Una possibilità offerta dai moderni contatori elettrici è quella di misurare sia l’energia prelevata e consumata dalla rete che quella immessa nella rete (scambio sul posto) dai pannelli fotovoltaici o disponibile nell’accumulo domestico. Quindi, oltre che a fornire un quadro istantaneo dello scambio elettrico sul posto, anche di inviare i dati di autoproduzione essenziali per tenere in sicurezza tutta la rete, prevenendo situazioni di sovraccarico e fluttuazioni di tensione

Il ruolo del gas metano e la transizione energetica

Trovare le risorse per l’innovazione in ciò che già esiste, potrebbe essere una chiave di interpretazione della strada verso la quale si sta incamminando l’infrastruttura gas nazionale.
La SNAM si trova nella necessità di competere in una strategia di riconfigurazione, ma nello stesso tempo dare delle risposte in ordine ai fattori del mercato, crisi climatica, digitalizzazione, dinamiche di ecologia e di sistema. Questo passaggio obbligherà l’azienda a maturare nuove strategie e mentalità idonee a preparare e raggiungere gli impegnativi traguardi che attendono in prospettiva la modernizzazione della infrastruttura gas del paese. Il tutto appesantito dalla crisi pandemica che da due anni grava sull’Italia e sul mondo. Il progressivo abbandono del carbone come combustibile in uso nell’industria e nella produzione di energia elettrica, ha spinto in avanti i consumi del gas metano e del GNL (gas naturale liquefatto), sulla spinta delle direttive europee indirizzate all’uso di energie alternative al carbone.
Dal punto di vista degli investimenti il 2019 ha visto un notevole impegno della SNAM nei contratti di potenziamento dei vari gasdotti fondamentali per la decarbonizzazione dei settori di impiego.
Con la pandemia i livelli di consumo del gas hanno subito una flessione importante, di circa il 10 % dovuta anche alla diminuzione della produzione di energia elettrica.
Per il futuro, si stima che il gas prenderà il posto del carbone al secondo posto nel mondo come fonte di energia entro il 2040.
Il gas metano avrà uno spazio importante nella produzione dell’idrogeno blu, prodotto dal reforming del gas naturale, ma con la cattura della CO2 che si genera dal processo. Infatti l’idrogeno non si trova libero in natura, ma lo si trova negli idrocarburi, come il metano, oppure nell’acqua. Per estrarlo dal metano si utilizzano i processi di (steam reforming).
L’idrogeno viene classificato in base ai procedimenti di produzione, assumendo la denominazione di
• Idrogeno blu, quando si ricava dallo steam reforming con la cattura della anidride carbonica prodotta
• Idrogeno viola, quando si ottiene da processi di idrolisi con utilizzo di corrente generata da una centrale nucleare, quindi senza generazione di anidride carbonica
• Idrogeno verde, quando si ottiene da processi di idrolisi con utilizzo di correnti generate da fonti rinnovabili – acqua fotovoltaico, eolico, quindi senza generazione di anidride carbonica

Per il futuro si prevedono grandi produzioni di idrogeno verde, ciò a seguito della implementazione della strategia europea dell’idrogeno che prevede l’installazione di 80 GW di elettrolizzatori da installare in EU, nord Africa, Ucraina, siti da dove si possa trasportare l’idrogeno prodotto tramite i metanodotti esistenti e realizzati. Ovviamente questa grande potenza di energia elettrica necessaria per le elettrolisi dell’acqua, sarà di tipo FER.

Perché utilizzare l’idrogeno

Dalla sua combustione l’idrogeno sviluppa una grande quantità di calore, il suo potere calorifico inferiore vale 23.800 kCal/m3 ovvero tre volte tanto quello del metano che vale 7.560 kCal/m3. Inoltre dalla combustione dell’idrogeno si sviluppa vapore acqueo, ovvero un gas non inquinante, mentre dalla combustione del metano si produce anche anidride carbonica. Quindi la possibilità di poterlo utilizzare in futuro in sostituzione di altri combustibili è molto promettente.

(2H2 + O2 = 2H2O) + 23800 kCal/m3 combustione dell’idrogeno

(CH4 +O2 = CO2 + 2H2O) + 7650 kCal/m3 combustione del metano

Da tener conto che l’idrogeno, essendo molto reattivo, per il suo utilizzo richiede maggiori cautele rispetto al metano, ma questo è un altro ordine di problemi.

Roma 14 aprile 2021

Ing. Sandro Vecchi

Lorella Daniello

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